Islay, fascino regale (Scozia)

La Scozia conta circa 200 isole, ciascuna con storia, caratteristiche e personalità diverse.
Accomunate dal fatto che sono tutte molto belle.

Islay (pronuncia "Aila") è la quinta per grandezza, dopo Lewis/Harris, Skye, Mainland delle Shetland e Mull, e la più meridionale.

da "Islay" di Norman Newton


E’ nota come “la Regina delle Ebridi” e in effetti è la più regale.
 
Certamente per la storia, era da Finlaggan infatti che i Lord of the Isles nel Medioevo dominavano tutte le isole con mire anche sulla terraferma, tali da suscitare l’ira di Giacomo IV che mise fine all’espansione, ma non al potere del Clan MacDonald, che dovette poi contenderselo coi MacLean e soprattutto con i Campbell, protagonisti della storia più recente dell’isola; ma anche per la complessità della formazione geologica, la varietà dei terreni e la ricchezza della fauna; anche oggi continua a meritare il titolo grazie alla fama mondiale dei whisky single malt, tradizionali e inconfondibili, col gusto della torba e del mare, che si producono in otto distillerie, tra le più importanti del mondo - Ardbeg, Bowmore, Bruichladdich, Bunnahabhain, Caol Ila, Kilchoman, Lagavulin e Laphroaig (e di altre due si attende l’apertura entro il 2020, la Ardnahoe e l'iconica Port Ellen chiusa da 34 anni).

La produzione del whisky è importantissima per l’isola per la popolarità che le dona, per il lavoro che crea e anche per la ricchezza che mette in circolo: la piscina di Bowmore, per esempio, si trova in un locale in disuso della distilleria ed è riscaldata dal calore prodotto in eccesso dalla stessa; anni fa l’Unione delle Distillerie ha supportato, dopo un periodo di tensioni, la creazione della zona di conservazione naturale di Duich Moss, dove ci sono uccelli e piante rari, rinunciando all’estrazione della torba in quell’area. Su Islay c’è un ospedale e si può studiare fino alle superiori. Non è un'isola da cui scappare per mancanza di opportunità e prospettive. E' invece un posto bellissimo in cui vivere.

Come ci si arriva: Islay è abbastanza facilmente raggiungibile, in aereo con un volo di 40 minuti da Glasgow, oppure in traghetto da Kennacraig sul Mull of Kintyre in un paio d’ore, o da Oban in quattro. Sempre che le condizioni del mare siano d’accordo. E’ bello arrivare in traghetto a Port Ellen, vedendo di passaggio le isole di Gigha, Texa e Jura con le inconfondibili Paps e gettare la prima occhiata sui bianchi edifici delle distillerie. A Port Ellen, poi, c’è un particolare faro squadrato (Carraig Phada).


L'edificio per la maltazione a Port Ellen
Io ci sono andata all’inizio di maggio col sole e le temperature miti, ma è interessante anche alla fine di maggio, quando si tiene Feis Ile, il Festival della Musica e del Whisky, e alla fine di settembre, o ad aprile, per assistere alla migrazione di migliaia di oche facciabianca, selvatiche e lombardelle che svernano sull’isola; a ottobre poi ci sono i cigni selvatici che fanno tappa arrivando dall’Islanda e tutto l’anno, se si è fortunati, si può vedere il raro gracchio corallino che vive su Islay. Per chi ama il birdwatching Islay è un sogno.

E' un sogno anche per gli appassionati di whisky, per chi è interessato all'archeologia e alla geologia, per quanto è ricca e varia, e anche per chi, come me, ama le lunghe passeggiate su immense spiagge deserte.

A Islay bisogna dedicare qualche giorno, perché è molto bella, ci sono molte cose da fare e da vedere, ed è anche il punto di partenza ideale per andare su Colonsay e Jura.

Le distillerie meritano di essere viste, anche se uno non beve whisky e non ci capisce nulla, sono infatti edifici bellissimi, perlopiù bianchi, affacciati sul mare (ad eccezione di Kilchoman) e con gli inconfondibili tetti a pagoda; è interessante anche il tour per imparare come si produce l’acqua della vita (il whisky, dal Gaelico “uisge-beatha”): insomma avrà proprietà curative se anche durante il proibizionismo il Laphroaig poté continuare ad essere importato legalmente negli Stati Uniti come bevanda medicinale!





Dalle tre splendide distillerie a sudest, Laphroaig, Lagavulin e Ardbeg, si può fare una gita meravigliosa fino ad Artalla, dove la strada, come spesso succede in Scozia, finisce.


Queste relativamente poche miglia potrebbero da sole richiedere più di un giorno, oltre alle distillerie infatti ci sono le romantiche rovine del castello medievale di Dunivaig, la fortezza sul mare dei MacDonald,






ci sono viste spettacolari sul Kintyre e sull’Irlanda, baie incantevoli, e soprattutto ci sono la Chiesa e la Croce di Kildalton, che non ha nulla da invidiare a quelle di Iona, essendo opera se non della stessa mano certo della stessa scuola.
La Croce ha più di 1300 anni ed ha resistito quasi indenne al passare del tempo e all’attacco della natura. E’ curioso che fuori dal perimetro della chiesa, di cui restano delle rovine, ci sia un’altra croce detta “Croce del Ladro” perché probabilmente indicava il luogo di sepoltura di qualche criminale.




Vale la pena di continuare poi fino alla Claggain Bay e alla spiaggia di ciottoli di Ardtalla, magari dopo aver fatto uno spuntino al locale bar :-) In Scozia non è affatto infrequente trovare dei banchetti con torte, bevande calde, tazze e piattini, e l'honesty box per lasciare i soldi - uno degli aspetti che a me non manca mai di commuovere.


A Sudovest invece c’è la penisola di Oa (pronuncia “Oh”) dove con una passeggiata in un paesaggio un po’ desolato, talvolta roccioso, si può raggiungere l’American Monument su alte scogliere a picco sul mare che ricorda due tragedie navali, entrambe accadute nel 1918, durante la prima guerra mondiale: il siluramento della “Tuscania” e la collisione della “Otranto”, in cui morirono molti soldati americani.
Risalendo il Loch Indaal, un grande lago marino, c’è una delle perle di Islay, uno dei posti di cui conservo il ricordo più caro, la meravigliosa Big Strand, 12 km di spiaggia sabbiosa, che può accadere, come è successo a noi, di avere tutta per sé.


Sul Loch Indaal affaccia anche Bowmore, la capitale di Islay, con la sua splendida distilleria, l’originale chiesa rotonda, i negozi, i ristoranti e un’atmosfera davvero piacevole.

Noi avevamo un delizioso appartamento sulla via principale, a un passo dalla Co-op, ed è stato facile adattarsi ai ritmi dell'isola, che favoriscono belle passeggiate serali alla luce della luna. Bowmore ha una storia relativamente recente, è stata voluta infatti dai Campbell che l’hanno costruita nel 1768 per non avere gente intorno alla loro Islay House.




Sulla sponda opposta del Loch Indaal si trova la deliziosa Port Charlotte, le cui case tradizionali hanno tutte la stessa pianta. C'è il Museum of Islay life e da qui partono due strade bellissime, una delle quali porta alla costa atlantica e alle spiagge.

Quella di Kilchoman sulla Machir Bay è splendida. L'abbiamo vista prima avvolta dalla nebbia fredda che arriva dal mare (si chiama haar) e poi senza. Con la nebbia molto fitta che disorientava e confondeva i rumori del mare aveva un fascino pazzesco e straniante.




L'altra strada da Port Charlotte porta a sud, a Portnahaven, paesino che condivide la chiesa con la vicina Port Weymiss, ma con porte distinte, per non darsi troppa confidenza, forse.
In realtà non è facile distinguere i due paesini, separati solo da un tratto di strada.
L’atmosfera qui è come di frontiera, è un posto remoto, col suo bel faro, rilassato ma anche necessariamente operoso, che bisogna sempre stare all’erta e c’è sempre qualcosa da fare, con un senso necessario e anche un po' epico di comunità e di autosufficienza, che però non diventa mai ottusa chiusura ma resta solidale.
A prova di tutto ciò, a Portnahaven è operativa dal 2002 la prima centrale di Scozia che produce energia dalle onde del mare; si chiama Limpet 500.


Da Portnahaven si può ritornare verso nord lungo una spettacolare single track in mezzo al nulla, strettissima e fortunatamente solitaria. Se non si considerano le pecore, che sono sempre ovunque. Si possono anche incontrare i cervi, e vicino al mare le lontre.
A nord ovest, su un altro sea-loch, il Loch Gruinart, c’è la Gruinart Reserve, una meravigliosa zona di dune altissime e mobili di sabbia bianca su cui crescono l'erba e i fiorellini, che fanno la guardia a una baia dominata dalla marea che è casa a molti animali, anche loro diversi secondo i mesi: un paesaggio che cambia in continuazione, al cambiare della luna e delle stagioni. Un'altra delle ragioni del fascino di Islay e della Scozia: anche lo stesso luogo è sempre diverso.
Al visitor centre della Riserva c'è sempre qualche evento in corso e c'è sempre qualcuno disponibile a raccontare e descrivere tutti gli uccelli e gli animali che si possono vedere, magari davanti a una tazza di tè e una fetta di torta.







Da Bowmore a Port Askaig sono solo dieci miglia, ma sono densissime: a cominciare dall’ampia zona di marea a Bridgend, con la spiaggia che ora c’è e ora non c’è, e poi le rovine del Dun Nosebridge, un forte dell’età del ferro, e soprattutto l’Islay House, a lungo la magione dei Campbell (dal 1677 fino al 1847) e ora un hotel di lusso con un grande parco, blu di campanule in primavera, e la piazza su cui affacciano, oggi come in passato, diverse attività commerciali tra cui un improbabile birrificio, che orgogliosamente difende la sua diversità sull’isola del whisky.



Dal lato opposto della strada che porta alla Islay House ci sono i Woodlands, un’area boschiva col fiume dove è bello fare passeggiate e ammirare i tanti fiori. Poco oltre lungo la strada c’è l’Islay Woollen Mill, che produce tessuti e tweed che, ricorda orgogliosamente il proprietario, sono stati usati nei film Braveheart, Forrest Gump e Rob Roy.

Ancora poco oltre c’è Finlaggan: due isole nel Loch Finlaggan, su cui in epoca medievale c’erano il castello, gli edifici e la sala del Consiglio, da cui i Lord delle isole governavano le loro terre e davano grandi feste in occasione dell’incoronazione di ogni nuovo Lord. Oggi è un sito archeologico molto importante.
E’ curioso che molte guide raccontano di una strana misura difensiva per cui una delle pietre del sentiero che collegava le due isole fosse messa in modo da rovesciarsi se qualcuno l’avesse calpestata male, facendolo cadere nel lago e dando così l’allarme. Io non ho trovato traccia di questa storia, i documenti raccontano invece di una pietra con l’impronta di un piede su cui ogni Lord al momento dell'incoronazione poneva il proprio piede sinistro a indicare che avrebbe seguito le orme dei suoi predecessori; questa pietra fu poi fatta rompere e fu buttata via dal Conte di Argyll in un inutile gesto di oltraggio; nel 1965 è stata ritrovata una pietra con l’impronta di un piede, anche se è troppo recente per essere quella originale.

A Port Askaig c’è il ferry, e lo prenderemo, ma prima di arrivarci si può ancora deviare a vedere altre distillerie, tra cui la Bunnahabhain che è diversa da tutte le altre.


The Maker and the Elements* (Islanda)

One of the Makers of the Universes one day decided to play with Elements.

Thor was his name, and he was very popular among the Makers: he had been awarded an important prize for the most beautiful coastline having drawn Norway's.
He felt ready for a new challenge.

Earth, water, air, fire: the Greek would have built the philosophy of nature on these, he was to make a country out of them. The most beautiful of all countries on Planet Earth in the Milky Way Galaxy.

He was not afraid to play with fire and shaped some volcanoes and scattered them nicely along a gorge reaching very deep, at the very heart of the earth, where life originated from, and he had fire meet with water so that water could extinguish the most burning ones, being in turn warmed by them. 

Such lively encounter needed holes to let the energy out and the Maker thought that some hot springs would have added beautifully to the rugged landscape and provided shelter and comfort to the dauntless hikers that were to walk the valleys and climb the slopes. He also made some pools intermittently emit hot water in high gushes, that were to get more than one cry of wonder from passers-by.

He was not done with fire. He had the volcanoes erupt and had the lava gently flow down the sides, finding its way through the rocks and the fields, and then he waited for it to cool off, and enjoyed the black streaks through the brilliant greens. He added some extra red and ochre touches, feeling like a painter mixing colors on his palette. 
He also liked the lava to paint some sandy beaches and felt they matched so well with the deep blue waters. He waited some more and arranged the volcanic rocks to create imposing cliffs overlooking the ocean, strong enough to stand the storms but also pliant to the waters and the winds, willing and happy to change their shape, in a festive reunion of all the elements.

And as for water, he almost felt overwhelmed by all the possibilities. He was kind of biased to water, he liked it falling, running, storming, he liked it clear and he liked it dark, he liked it gentle and he liked it strong. So he had rain and snow and storms; and then he made water run down the mountains, through the planes, down into the fissures and out to the sea. He made rivers and streams and creeks, and lakes and puddles, and he placed waterfalls everywhere, some elegant and thin like organza and some powerful and majestic and awe-inspiring. He had water meet with chilly air from the Ocean and the North and had it freeze and create the most strange figures in ice, always melting, always changing, always rearranging themselves. Hence, he decided, the name: Iceland.




And then he placed this land he loved so much in the centre of the Ocean, so that the air could freely roam and start all over again.

He understood he could play forever with the Elements in Iceland and smiled.

* special thanks to Philip José Farmer and The World of Tiers

To the moon is often Iceland compared. And rightly so (Islanda)

"Walking back from your house, walking on the moon…" sang The Police, back in 1979.

Walking and the moon have often been together, as being carried away by happiness, immersed in deep thoughts, living life at its fullness, inebriated with joy. 
It's more than in seventh heaven, it's on the moon. 
The moon is also a distance to measure a very big love: I love you to the moon and back. 



The moon can also be seen as a loyal companion to share your hopes and desperation alike. What are you doing, big moon, in the sky, tell me what are you doing there. 
The ever-changing moon, with rhythms and phases who shape and arrange life, like notes harmonized in symphony.


To the moon is often Iceland compared. And rightly so.

Not only for the rugged terrain, the deep fissures, the powerful insides finding ways to get outside. 


Not just for the windswept hopeless loneliness of the coasts: fjords and cliffs and beaches of stunning beauty and hostile inaccessibility.



Not even only for the out-of-this-world colors, greens and black embracing themselves, with reddish ochres and all shades of blues and greys looming around. 





Neither for the ever-changing landscape in which the history of earth is inscribed, nor for the un-expected welcoming and relished hot springs.



Iceland is also compared to the moon because of the distance, so huge and un-measurable, from everything we are used to. Iceland is different, and sets new standards.
Once you've seen any Icelandic waterfall, no other waterfall in the world will ever stand the comparison. By sheer beauty, power, energy, remoteness.



Once you danced to the northern lights, your breath fast and cold, and tears falling and freezing on your cheeks, silence so thick you can hear your blood in turmoil, you'll feel like having been to the moon and back.
Once you travelled in no hurry on Iceland roads, forded their many streams and rivers, and learned to change your point of view with every bend, then you are likely to reach Iceland's heart.


In Askja such heart is located for me, but you'll find your own secret place, and you'll bow in awe in the presence of Eros and Thanatos, you'll feel life and death always together, love and hate, lust and absence, fear and desire, all forever intertwined, the bright and the dark side, and you'll be over the moon with joy, amazement and respect.



That's why to the moon is Iceland often compared. And rightly so.

Save the best for last (Scozia)

Sono rimaste le quattro case preferite.
Sono state visite molto gradevoli e case che con diverse intensità mi hanno conquistata.


In una finalmente il motivo della vendita è creativo, fa parte di un progetto, non è una resa. È una casa dove tutto racconta di entusiasmi,  idee, iniziative, anche un po' folli. Il garage e il casotto ospitano una impressionante serie di "giocattoli": kayak,  bici,  mazze da golf, strumenti per il fai-da-te. Anche la casa trabocca di libri e di album musicali. Questa  coppia pensa che sia giunto il momento per loro di raccogliere i frutti di tanto lavoro e tanto impegno e godersi la vita. L'unica figlia è in Australia, iperattiva come i genitori, che adesso vogliono viaggiare, vedere il mondo, comprarsi un camper e andare in giro.
La vita in questa casa è stata frenetica e impegnata, entrambi hanno lavorato coi turisti, e sono stati coinvolti in tante attività comunitarie. Qui c'è un gruppo per ogni cosa, dalla danza al ricamo alla meditazione, e se non c'è,  si crea. Solo, mi informa la mia gentile ospite mentre beviamo il caffè,  è meglio se non mi faccio troppe illusioni di trovare l'amore: non ci sono uomini soli.
Questa casa ha una bella energia, è vivace, sprizza gioia di vivere.

In un'altra casa la proprietaria è una signora con giusto qualche anno più di me, sola, con un figlio che ha preso la sua strada, è un'insegnante in pensione, e vuole fare downgrading: la casa troppo grande e impegnativa, il giardino che non cura perché non le interessa tanto, gli spazi che restano vuoti, la porta principale che non usa mai, la bellezza che consola ma sempre meno.
Mi dice che a volte passa ore a guardare fuori dalla finestra.  Ma non basta più, si vede. Mi colpisce la sua storia perché è un po'  il contrario della mia, io spero di avere più spazio più tempo più interessi. Voglio (spero,  desidero, vagheggio) fare un upgrade. 
La casa è come se sentisse questa desolazione e la rispecchiasse. È mogia, dimessa, un po' umida perché non vi arde il fuoco della vita. Ed è un peccato, è una casa che avrebbe ancora molto da offrire, a chi volesse prendersi la briga di ridarle scopo, entusiasmo,  motivazione, a chi decidesse di farla rifiorire.  Quanto a me, rischia di essere un compito superiore alle mie forze, e se mi sono sentita empaticamente molto vicina alla proprietaria, la casa m'ha mandato segnali che direi inequivoci: dalle ampie finestre, nonostante la vista spettacolare, il mio sguardo continuava a cadere sul palo della luce e soprattutto non sono riuscita a trovarla, proprio la sua strada non la vedevo, ho dovuto chiedere e alla fine farmi accompagnare. 
E mentre la cercavo ne ho vista un'altra, per cui avevo l'appuntamento più tardi, che mi ha conquistata.

Questa non è perfetta, nulla lo è,  non una casa, non un uomo non un lavoro. Sono sempre necessari dei compromessi, cose cui si rinuncia a favore di altre che si decidono più importanti. Cose che si accettano, cose che fanno la differenza. Secondo una scala di valore personalissima.
Non è perfetta ma mi ha conquistata, con la sua splendida cucina in cui già m'immagino a fare torte, con il mare vicino vicino e un giardino favoloso, così grande da poterci fare una vera passeggiata dopo cena, da allevarci i polli, da coltivare le verdure. Che io non sappia nulla di giardinaggio, di allevamento e di orticoltura è del tutto secondario.
Questa casa mi ha chiamato, e ha già iniziato a svelarmi i suoi segreti. Mi ha dato energia e attivato l'immaginazione. Mentre la guardavo già vedevo come la vorrei cambiare per renderla mia.
Questa casa è davvero una promessa, di una vita diversa, di un altro modo.  Quando sono tornata a vederla prima di partire, assenti i proprietari,  ho fatto amicizia con la vicina di casa, che sapeva di me e stava andando a fare la lavatrice li,  essendo la sua rotta.  E di nuovo ho incrociato questo incredibile senso di comunità dove tutti ci sono per tutti, ma senza diventare mai invadenti.

Conquistata quindi da questa casa, ma penso spesso anche ad un'altra. Che ha una storia più triste, la padrona vuole lasciarla perché ora è vedova, la casa è troppa e ci sono troppi ricordi, ovunque. Se vuole andare avanti deve andare via. E questo è uno spirito sano, giusto. La casa è stata chiaramente il luogo di un grande affiatamento, ogni dettaglio testimonia amore e prendersi cura. Io credo che una casa che ha un vissuto di amore continui a darne.
Questa inoltre permetterebbe un progetto di vita davvero ampio, perché c'è anche lo spazio per un'attività.
Inoltre ha la vista più bella di tutte, da incantarsi proprio.

Queste le case e le loro storie, e intrecciate con loro, la mia. 
La storia di un sogno, 
Che probabilmente resterà tale.
(The End)



Altre case, altre storie (Scozia)

Una in realtà è un'assenza di storia. O una storia di assenze.
È una casa in cima a una lunga salita - e il giorno dopo chiacchierando casualmente vengo a sapere che queste salite d'inverno, con le strade ghiacciate, non sono sempre praticabili, e chi abita lassù deve lasciare l'auto all'inizio della strada e proseguire a piedi.
C'è una bella vista, molto aperta, ma il mare è lontanissimo, si confonde con l'orizzonte, con le nuvole, si perde nella nebbia, è assente.

La casa è nuova e bellissima, con tanto legno, nelle porte, negli infissi, nelle scale, e fatta a regola d'arte, gli accessi  delle misure giuste, i rilevatori di fumo, i bagni ovunque. Apparentemente non manca nulla. Invece manca la storia, manca il vissuto. Questa casa è sempre stata data in affitto settimanale, ha visto solo occupanti fugaci e occasionali, non ci sono foto incorniciate né giocattoli dimenticati, non c'è traccia di gioie o dolori, non ci sono indizi, se sia stata abitata da qualcuno che amava la musica,  o leggere o dipingere o il bricolage.
È una casa muta, e da qui non si sente il mare.
Non è quello che sto cercando.
Via, a vederne altre.

Quest'altra già lo sapevo che non mi sarebbe piaciuta, l'ho vista solo a scopo di documentazione. È bella, nuova, si vede la mano dell'architetto, ha una vista bellissima, è particolare perché è upside down (boy, you turn me), nel senso che le stanze sono a piano terra e la zona living è al primo piano. Certo è bello guardare il mare dal divano, sorseggiando un drink con gli amici, ma così la stanza principale affaccia sul posto auto, e si perde un po' di poesia. Questa casa mi racconta una storia un po' snob, i proprietari forse erano stati attirati dal locale campo di golf ma probabilmente a lungo andare si sono un po' stancati, nonostante i viaggi - la casa racconta di molti viaggi, ed esotici - e gli amici - è una casa accogliente, con un grande tavolo per cene in compagnia. Anche il giardino è tutto aiuoline e sentierini e panchine per godersi la vista. Neppure un capanno per gli attrezzi, neanche una zolla per coltivare i pomodori.
E' comprensibile, che si siano stancati, questo non è un posto snob, non è un posto da ostentazione, e neanche da sfoggio, nonostante il golf e gli hotel con le stanze di lusso con la vista.
Questo è un posto per chi ama la natura e i silenzi, per chi si incanta a seguire l'avanzare della marea, per chi passa ore a guardare le evoluzioni dei gabbiani o dei delfini, o i giochi delle inattese lontre.
Per chi non finisce mai di stupirsi davanti a un tramonto sempre diverso. E' il luogo ideale per dedicarsi al giardinaggio, o alle lunghe letture nei giorni di pioggia.
Non si può cambiare radicalmente l'anima di una casa.
Questa non fa per me.
Via, a vederne altre.

Questa altra casa è bellissima, grande, con un sacco di stanze e bagni, da poterci ospitare tutti gli amici in visita, anche tutti insieme. Con un giardino splendido: la proprietaria ha lavorato in un grande giardino botanico, è una che sa il fatto suo e ha portato qui, disponendole con cura e gusto, piante particolari, inconsuete, singolari. C'è persino la serra e nel capanno un bancone per lavorare su semi, bulbi e innesti, come una sorta di mago Merlino con i guanti verdi. Anche la vista è molto bella, anche se su un punto dove il mare si restringe a causa di un isolotto proprio di fronte. Poco male.


E' una casa che ha visto amore, ne sono testimonianza le stanze delle nipoti con le decorazioni e le lucette e gli oggetti per quando tornano, Ha visto operosità, lavoro e fatica, ma ne custodisce anche le ricompense, come l'auto d'epoca di cui vanno molto fieri. E' piena di centrini e ninnoli. Coi proprietari abbiamo scoperto di essere stati in vacanza nello stesso cottage a distanza di poche settimane. Che non prova tanto che il mondo è piccolo, quanto che abbiamo gusti simili (e che io vado da quelle parti abbastanza spesso). 
Anche loro la devono lasciare perché è fuori dal mondo, è una storia, questa, che si ripete davvero spesso: figli lontani, emergenze mediche, e l'essere remoto che è stato così bello in una certa fase della vita, che l'ha contraddistinta, ne è stato la caratteristica che ha plasmato tutte le altre, a un tratto diventa non più sostenibile. Prima garantiva tranquillità, rifugio, protezione, ora invece fa paura, è diventato ostile.
E questo spaventa e trattiene anche me. A malincuore, ma la mia ricerca di remoto, di distanze, di lontananza deve venire a patti con la realtà.
Mi dispiace, ma non è la mia.
Via, a vederne altre.

Studio di fattibilità (Scozia)

Di recente sono andata a vedere case. 
Non so se ho un progetto, un sogno o un’illusione, o solo tempo da impiegare, ma intanto sono andata.
Un pullman, un aereo, 350 Km in auto, una sosta per la notte a metà strada (e lo stesso al ritorno, ma senza la sosta e con un inatteso passaggio al posto del pullman) per vedere 11 case in due giorni.
Intenso.
Da tutti i punti di vista. Perché vedere case non è solo vedere case. Qui non sono gli agenti immobiliari ad accompagnarti, ma sono i padroni che ti accolgono così vedere case diventa entrare nella vita delle persone, ascoltarne le storie, vederne le tracce negli oggetti, nelle presenze e nelle assenze. Accanto alla storia di chi cerca una casa per innamorarsene e viverci un pezzo di vita, c’è quella di chi quella stessa casa la vuole lasciare, per seguire il suo sogno o per allontanarsi da ricordi pesanti o mille altre ragioni.
Storie. Vedere case è come leggere un libro o vedere un film.
Le mie 11 case sono state tutte particolari, interessanti, e tutte mi hanno raccontato una storia. Io a mia volta ho raccontato la mia e ad ogni racconto, di fronte a una bella vista e con una tazza di tè in mano,  l’ho capita un po’ meglio.
Prima delle storie, prima dell’immaginarsi lì, prima di vedere se la casa ha tutto quello che spero abbia, c’è l’aspetto grottesco: io ho paura dei cani e quindi l’ingresso in ognuna di queste 11 case ha avuto momenti di preoccupazione, imbarazzo, titubanza e infine sollievo. Ero abbastanza ridicola mentre, restia ad abbandonare la sicurezza dell’auto e attenta agli indizi - ciotole ad esempio – cercavo di attirare l’attenzione del proprietario e ottenerne rassicurazione. Nessuna muta di dobermann ad attendermi sul vialetto d’ingresso, comunque.
La prima casa che vedo è bella perché è la prima. Sono davvero qui, a vedere una casa, che forse, magari, un giorno potrebbe diventare mia. E non è solo la casa, è il desiderio di una vita diversa, molto diversa, in una fase della vita in cui molti rinunciano al cambiamento, tirano i remi in barca e consolidano ciò che hanno. Io invece immagino nuove rotte e nuove navigazioni.

Il progetto (o sogno, o illusione) è ampio e vago, la casa invece deve avere alcuni punti fermi: essere indipendente, avere la vista sul mare, il giardino e la porta sul retro. Queste sono le caratteristiche irrinunciabili, tutto il resto è negoziabile.
Ma torniamo alle storie.
Una è una storia di abbandoni. Questa casa affaccia su una lunga spiaggia bellissima, di sabbia dorata; la presidia dall’alto, ne vede le maree e i cambi di luce, ascolta il rumore delle onde e delle tempeste, da una posizione sicura, apparentemente, ma cosa ne saprò mai io, cittadina così poco abituata ai ritmi e alle forze della natura?

E’ una casa dei primi anni del secolo scorso. E’ stata abitata e immagino la fatica e le difficoltà di quando questo era un posto davvero remoto (lo è anche oggi), freddo, inospitale, battuto dal vento. Ma immagino anche le risate dei bimbi che corrono sulla spiaggia e giocano con le onde. Poi questi bimbi sono cresciuti e sono andati a cercare la loro strada altrove, i vecchi se ne sono andati anche loro, la casa ha subito qualcosa, un incendio o chissachè, per un po’ è stata seguita, è stata data in affitto a turisti incantati dalla vista ma è stata a poco a poco abbandonata. 
I segni dell'incuria sono ovunque, negli infissi cadenti, nelle crepe nei muri, nel linoleum che si alza per l’umidità. 
Ora spera che qualcuno si innamori di lei, ne curi le numerose ferite e le dia una nuova vita. Chi mi accompagna - non il proprietario lontano, ma chi se ne prende cura, per quanto possibile - ha fatto la scelta opposta, dopo aver studiato veterinaria in città è tornata qui, dove ha radici e storia e la voglia di continuare a farle crescere ed è davvero amareggiata a vedere questa rovina.



Contempliamo questa bellezza, ci rattristiamo per quanto è perduto e, immaginando nuovi scenari, io riprendo la stradina per la prossima visita.
Questa casa ha invece una storia che non mi convince, forse non è del tutto vera o forse non si adatta bene alle mie aspettative, forse non è tutta la storia, ma insomma non mi torna. E’ in un posto molto remoto, ci si arriva dopo diversi chilometri di nulla, sulla via che porta a un faro, per intenderci, affacciata sul mare ma protetta dal fianco della collina. La abita una giovane coppia, vivaci, esuberanti, affiatati. E’ molto bella e accogliente, curata, parla di amore e condivisione. 
Ma non è finita; le stanze al piano di sopra sono vuote, il bagno in costruzione. Eppure i padroni di casa mi dicono che la vogliono vendere per affrontare una nuova sfida, per cominciare un nuovo progetto, per avere nuovi stimoli. Ma come, questa neppure è finita! Perché abbandonarla così? Perché cancellare tanta cura e tanta attenzione? Perché  tanto entusiasmo ma anche tanta voglia di andarsene? Queste domande sono rimaste senza risposta, non sarebbe stato educato chiedere di più. Come un libro col finale aperto, e tutte le ipotesi possibili.

Un’altra ancora mi ha fatto tanta tenerezza, e anche malinconia.

E’ la casa di due persone anziane. Una casa molto amata, molto curata, che parla di una vita insieme, di figli e nipoti, di giardinaggio e crostate e Natale come occasione per ritrovarsi tutti. Una casa che di sicuro ha molto da raccontare e molte cose belle. Ma adesso non possono più continuare a vivere lì. Sono lontani da tutti, dalla famiglia, dall’ospedale, e entrambi hanno già dovuto essere ricoverati, di recente. Devono avvicinarsi, devono essere protetti, e per fare questo devono lasciare la casa di una vita e tutti i suoi ricordi.

  LA MAGIA DI HAIDA GWAII Le isole di Haida Gwaii da noi sono comprensibilmente poco conosciute, si tratta infatti di un arcipelago remoto a...