sabato 11 giugno 2016

Primo Giorno

E finalmente si parte, dopo colazione e due chiacchiere - e già mi rendo conto che questa cosa che sto per fare è un bell’argomento di conversazione. 
Poco più di 100 miglia mi separano dalla mia esperienza.

Ma intanto mi godo la gita attraverso gli Scottish Borders prima – sulla A702, attraverso la Clyde Valley, belli, rilassanti, verdi, senza traffico, di farm e paesini e pochi rilievi modesti – e il Dumfries & Galloway, attraversando il Galloway Forest Park. Mi colpiscono il rigoglio della vegetazione, alberi, fiori di tutti i colori e siepi, prati verdi sconfinati, ma anche le vallate profonde e inattese. 




Attraverso paesini deliziosi e noto che abbondano gli studi di pittura, di ceramiche, di arte varia. Incrocio anche tante auto d’epoca, bellissime, dirette certamente a qualche raduno.

Mentre entro in Wigtown alla radio passa “Homeward bound” di Simon & Garfunkel (mia prima grande passione musicale). Non posso non pensare che sia di ottimo auspicio, e in fondo un po’ mi sento diretta a casa.





Arrivo accanto alla libreria senza neanche cercarla, è lì, mi sta aspettando. Sono un po’ emozionata.
Entro e mi accoglie George, un volontario del Festival. Cominciano i sorrisi. Mi fa vedere la libreria, piccolina ma deliziosa, scaffali alti pieni di libri usati, divisi per settori, narrativa, storia, natura, giardinaggio, cucina, interesse locale, bimbi e giovani adulti; mi spiega come funziona la contabilità: un registro su cui annotare il genere di libro venduto e il prezzo, la cassettina degli incassi e la lavagna da esterno, per invogliare i clienti ad entrare; si premura di precisare che quando piove, però, non funziona.

Wigtown è la città scozzese del libro, conta 900 abitanti e una ventina di librerie, tra cui la più grande, e bellissima, libreria di libri usati di Scozia. Alcune sono anche sale da te, tavole calde, negozi di varia oggettistica. Praticamente quasi tutti i negozi a Wigtown vendono anche libri usati. E in  autunno  c’è il Festival del libro. La maggior parte delle attività, qui, ruotano intorno ai libri, e questo ha un discreto richiamo turistico.

Saliamo a vedere l’appartamento, a un paio di metri di distanza dall’ingresso della libreria, il percorso casa-lavoro più breve che si possa immaginare. E’ grande e delizioso, con le finestre a bovindo della sala che affacciano sulla via principale, e arredato con gusto e calore. Sento che starò molto bene in questo ambiente così accogliente.

Poi George mi consegna le chiavi e mi saluta. Ora la libreria è tutta mia. Non vedo l’ora di iniziare, sistemo in fretta le mie cose, faccio uno spuntino veloce con dei dolci presi alla Co-op che ho proprio di fronte e poi vado ad aprire.

Posso iniziare a personalizzarla, ci sono la lavagna e il tavolo all’ingresso sui cui iniziare a mettere la mia firma. E inizio a girare per gli scaffali e a guardare i libri, cerco di capire come sono disposti, che libri sono, inizio a prenderli e guardarli, inizio a farli miei.
Dopo un po’ entra il mio primo cliente, cerca White Shark di Peter Benchley; non capisco né autore né titolo, e non ho idea di cosa sia. Cominciamo bene, mi dico. Dopo un po’ di domande e ripetizioni finalmente andiamo a vedere nella fiction ma non c’è. Ma intanto il ghiaccio è rotto, la via è aperta. Qualche giorno dopo verrà in libreria suo figlio (in un paesino è un attimo ricostruire le parentele) e mi darà molta soddisfazione comprando ben due romanzi. Entrerà ancora qualcuno a curiosare, ma il primo giorno non vendo nulla, non mi decido a chiudere ma finisco per capitolare di fronte  alla strada principale che resta deserta.


Penso ai libri usati. Non li ho mai considerati granché, presa dalle novità e dalla perfezione intonsa del libro nuovo, ma adesso che per una settimana li ho toccati, guardati, aperti, spostati, annusati posso dire che il libro usato ha un gran fascino e tanta energia. E mi fa pensare che i libri non sono fatti per fermarsi, ma devono andare, cambiare di mano, scegliersi nuovi lettori.

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