Fino alla fine del mondo lungo la leggendaria Dempster Highway




Oltre i confini della civiltà: il selvaggio Yukon

All’inizio è stata una foto del Tombstone Territorial Park. L’ho vista e mi ha acceso l’immaginazione.


Il Tombstone è un’area protetta di 2.200 km² - più grande del nostro Parco Nazionale del Pollino - nel Territorio dello Yukon, raggiungibile solo attraverso la Dempster Highway.
Un’area di montagne aspre e appuntite, tundra, permafrost, flora e fauna selvatica e nient’altro, se non questo nastro di strada sterrata ad attraversarlo. Una bellezza tutta particolare, originaria, selvaggia, immensa.

Il suo nome indigeno, Ddhäl Ch'èl Cha Nän, significa letteralmente “terra di montagne frastagliate” - una descrizione precisa, puntuale.

Ma quando sono arrivati i cercatori d’oro la descrizione si è confusa col loro sentire lugubre, fatto di paure, fatiche e morte. La montagna principale, parte della catena montuosa degli Ogilvie, ricordava loro una lapide, e così pensarono bene di chiamare la montagna Tombstone, appunto: lapide. Per certi versi vanno capiti, i cercatori d’oro durante la famosa Gold Rush di fine Ottocento: arrivavano qui, nel cuore dello Yukon, a centinaia di chilometri dalla civiltà, da posti diversi e raramente così duri e severi. Ad aspettarli trovavano inverni lunghissimi e gelidi, tormente di neve, venti inesorabili, piogge battenti. Perdersi era facilissimo, così come restare senza cibo o diventarlo per orsi e lupi. 




Lo sterrato che porta all’Artico

E così, per vedere questo parco, ho iniziato a informarmi sulla Dempster Highway e mi sono proprio entusiasmata. Sono 740 km di strada da Dawson City, YK, a Inuvik, NWT, più altri 138 per arrivare a Tuktoyaktuk, NWT, per gli amici Tuk, e all’Oceano Artico.

Il Territorio dello Yukon (YK) e i Territori del Nord-Ovest (NWT) sono territori federali nell’estremo nord-ovest del Canada, vicino all’Alaska, e, insieme al Nunavut, non sono Province e hanno una più limitata autonomia rispetto al Governo centrale. Il Manitoba (MB) invece è una delle 10 Province. La Dempster è l’unica strada in Canada, e una delle due in Nord America (l’altra è la Dalton Highway in Alaska), che attraversa il Circolo Polare Artico ed è transitabile tutto l’anno. 

O meglio, quasi tutto l’anno. Resta chiusa in autunno e in primavera, quando i fiumi Peel e Mackenzie prima ghiacciano e poi si sciolgono: per qualche settimana i traghetti non possono attraversarli e il ghiaccio non è ancora abbastanza solido per passarci sopra. Resta chiusa anche in caso di tempeste di neve, quando la visibilità è troppo limitata, o per incidenti vari. Come a luglio 2026, quando si è rotto un cavo del traghetto M.V. Abraham Francis sul Peel River e l’imbarcazione è scivolata lungo la corrente: recuperare il traghetto mentre il fiume era in piena e far arrivare un nuovo cavo hanno richiesto una settimana, durante la quale la strada è rimasta bloccata, chi la stava percorrendo è rimasto bloccato e a Inuvik si arrivava solo in aereo.


La complessa logistica del Grande Nord

Sono tanti i posti in Canada non collegati alla rete stradale e raggiungibili solo in aereo, barca, treno, o attraverso strade di ghiaccio in inverno: tutto il Territorio del Nunavut, alcuni insediamenti nel Labrador non raggiunti dalla Trans-Labrador Highway, comunità isolate nel nord del Quebec, e anche in Ontario.

Anche Churchill, MB, la capitale mondiale dell’orso polare, nel 2017 per 18 mesi è stata raggiungibile solo in aereo e via mare, quando la ferrovia subì grossi danni strutturali a causa di catastrofiche inondazioni primaverili. Le riparazioni furono rallentate perché la proprietà allora statunitense non aveva interesse a spendere un sacco di soldi lassù nell’Artico; la questione si è risolta solo quando il consorzio Arctic Gateway Group, al quale partecipano anche le First Nations (i popoli indigeni canadesi che non sono né Inuit né Métis), ha rilevato la ferrovia con finanziamenti pubblici del governo federale canadese, e finalmente la ferrovia è stata riparata e i collegamenti sono ripresi. 

In posti così remoti e isolati, strade, ferrovie e traghetti ma anche proprio l’accessibilità non sono scontati: bastano un’alluvione o un cavo spezzato e il resto del mondo sparisce e un luogo resta isolato per settimane o mesi.

Sconfinata libertà e fango nei cerchioni: la dura legge della Dempster
Quando penso al Grande Nord canadese tendo sempre a divagare, torniamo quindi alla Dempster: via via che mi informavo e leggevo e vedevo foto, cresceva il desiderio di andarci, dovevo percorrerla e arrivare fin lassù in riva all’Oceano!

La Dempster è una strada epica, interamente sterrata, di ghiaia e pietrisco, perennemente in balia dell’inclemenza del meteo e anche della geografia. La sua costruzione è iniziata nel 1959, nell'ambito del programma governativo canadese "Roads to Resources", pensato per aprire il Nord a esplorazioni petrolifere, minerarie e del gas, ed è stata completata in vent’anni. Ha comportato diverse sfide: il permafrost, per evitarne lo scioglimento è stato costruito uno strato isolante di ghiaia dello spessore compreso tra 1,2 e 2,4 metri su cui è stata posata la strada; i fiumi, il cui attraversamento richiede traghetti d’estate e ponti di ghiaccio in inverno; le condizioni estreme, un passo è a 1.300 m di altitudine e le stazioni di servizio sono rare e distanti.

Si snoda in un’area remota e impervia di foresta boreale e tundra, attraversa il Circolo Polare Artico,
due fiumi, due catene montuose e per ben tre volte lo spartiacque continentale: da una parte lo Yukon, che sfocia nel Pacifico, dall’altra il possente Mackenzie, il fiume più lungo del Canada, che sfocia nell’Artico. Il cellulare non prende quasi mai, se non a Fort McPherson e a Inuvik - anche se ci sono 14 torri a microonde che garantiscono un sistema di comunicazione per chi lavora lungo la strada. Ci sono alcune aree di sosta, cinque campeggi, pochi insediamenti e poche aree di servizio - all’inizio della strada, a Eagle Plains, con un hotel e un ristorante, a Fort McPherson, un paesino indigeno di 900 abitanti, e all’arrivo a Inuvik. In diversi punti la strada serve anche come pista per gli aerei.

Il Ferry sul Peel River

Percorrere la Dempster vuol dire guidare per ore e ore cercando di evitare di rompere il parabrezza coi sassi volanti o gli ammortizzatori nelle innumerevoli buche e incrociando raramente qualcuno - un camion, un van, una moto, magari una bicicletta - attraverso paesaggi maestosi, vuoti di persone e di cemento ma pieni di natura. Vuol dire impolverare e infangare il proprio mezzo in modi che non si credevano possibili, fermarsi in mezzo al nulla per sgranchirsi le gambe, fare qualche foto e usare una pit toilet (il bagno a secco).

Il Ferry sul MacKenzie


Vuol dire incontrare qualche altro spirito affine e scambiarsi impressioni e aneddoti. Vuol dire provare sensazioni inebrianti e terrificanti insieme: spazi così ampi e vuoti di attività umana sono travolgenti, ti fanno sentire una forza sovrumana ma ti ricordano anche quanto sei insignificante e fragile; ti danno un senso di libertà letteralmente sconfinato ma anche il timore dell’ignoto, di qualcosa che potresti non essere in grado di affrontare. Nel nostro pulmino a un certo punto ciascuno di noi ha scelto un aggettivo per quel primo giorno sulla Dempster e il mio è stato overwhelming: travolgente, soverchiante, e ancora oggi per me è la definizione più adeguata.

Come ogni attività un po’ estrema, un po’ fuori dall’ordinario, la Dempster si può affrontare in milioni di modi diversi: come sfida, come dimostrazione, come testimonianza, come gioco, come competizione, come fuga, come ricerca. Ma ha sempre un valore esistenziale. Non sono solo i km percorsi, la polvere accumulata o il fango nei cerchioni: è l’incontro con qualcosa di più grande, imprevedibile, incontrollabile. È la consapevolezza di quanto siamo piccoli ma anche resistenti e ingegnosi e, in modo abbastanza inatteso, capaci di apprezzare l’incredibile, terrificante, ma nondimeno spettacolare fascino di questi luoghi e di questa esperienza.

Se fossi enfatica direi che su quella strada ci si sente vivi, e grati all’universo per la meraviglia che ci regala.

Ma non lo sono, quindi dico che avrei preferito guidarmela da sola, con un piccolo camper, ma mi sono spaventata all’idea di potermi trovare in difficoltà in mezzo al nulla, senza copertura cellulare e magari con un orso nelle vicinanze. Così ho cercato un’alternativa e ho trovato un giro con un tour operator di Whitehorse, Ruby Range Adventures: eravamo in sette più l’autista. Sono stata bene, i compagni di avventura molto piacevoli e la condivisione gradita, ma per me è rimasta un’esperienza un po’ incompleta, un po’ frettolosa, meno introspettiva e meno forte di come avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto godermi di più il silenzio, lo stupore, il tempo dilatato, anche la paura.

Comunque, bellissimo.


Da Dawson City alla Beringia preistorica

A fine luglio siamo quindi partiti da Dawson City con il sole, diretti verso est, e dopo circa 40 km abbiamo fotografato il cartello che segna l’inizio della Dempster. 
Sempre con il sole, il cielo blu e la luce meravigliosa del nord che rendeva i verdi ancora più brillanti, al km 71,5 abbiamo raggiunto il Centro Informazioni del Tombstone Park. 
Lì ho imparato che quest’area, tra i 30.000 e gli 11.000 anni fa, faceva parte della Beringia: mentre il resto del Nord America era sepolto sotto uno spesso strato di ghiaccio, parti della Siberia, l’istmo di Bering, l’Alaska, lo Yukon e i Territori del Nord-Ovest ne erano privi, e formavano questa regione preistorica, un ambiente di steppa, tundra, arbusti nani e qualche raro albero, probabilmente non tanto diverso da come è oggi, a parte la presenza dei mammut e il fatto che Asia e Nord America erano unite, prima dell’innalzamento delle acque e la separazione dei continenti. Dei mammut oggi restano solo tracce ossee sepolte in profondità nella terra e una roccia che ha realmente la forma di un elefante, proboscide compresa. Al tempo della Beringia molte specie animali si spostarono tra i due continenti e, naturalmente, lo fecero anche i primi abitanti del Nord America. Al centro informazioni ho anche assaggiato il Labrador Tea, un infuso indigeno di erbe e arbusti locali.

Lasciato il centro e ripresa la strada, abbiamo fatto un breve giro su uno dei sentieri del parco.


Storie della strada, i fantasmi nel gelo

Tra le Richardson Mountains e il fiume Peel è la zona del tragico episodio del Lost Patrol, la Pattuglia Perduta: per noi oggi questa è wilderness da affrontare preparati, e con una discreta soggezione, ma qui ci sono sempre stati accampamenti indigeni, che si spostavano seguendo le stagioni. 
All’inizio del Novecento la Reale Polizia a Cavallo del Nord-Ovest (RNWMP) cominciò a fare dei pattugliamenti invernali tra Dawson City, Fort McPherson e Herschel Island, sul Mare di Beaufort, un percorso di oltre 750 km che richiedeva una cinquantina di giorni e di solito veniva completato senza incidenti tranne una volta nell’inverno del 1910-1911, quella appunto della Pattuglia Perduta: i quattro agenti della Polizia a cavallo viaggiavano verso sud, senza una guida nativa, si persero e morirono tutti. I loro corpi furono ritrovati due mesi dopo, dalla pattuglia guidata da William Dempster, che inoltre mappò l’area e per questo la strada prese il suo nome.

Al km 369 si arriva a Eagle Plains con ristorante e hotel, e la prima giornata sulla Dempster si conclude.

Ma prima del meritato riposo c’è un’altra storia un po’ cruda da raccontare, quella del Mad Trapper del Rat River, il Cacciatore Pazzo. Nel 1931, durante la Grande Depressione, era arrivato da queste parti un cacciatore, Albert Johnson, che se ne stava per conto suo e piazzava le sue trappole. A un certo punto, però, i cacciatori locali si lamentarono con la RCMP (la Royal Canadian Mounted Police, l’odierna polizia federale) sostenendo che Johnson avrebbe manomesso le loro trappole; i poliziotti andarono così alla sua baita per sentire la sua versione dei fatti. 
Da quel momento in poi andò tutto a rotoli in un’escalation di follia: Johnson sparò a un agente, ci furono scontri a fuoco, fu usata persino la dinamite e il Mad Trapper si diede alla macchia. Cominciò quindi una caccia all’uomo durata 48 giorni, durante la quale morì un altro poliziotto, che si concluse nel 1932 con l’uccisione di Johnson. Questa storia ha ispirato diverse opere cinematografiche: i film Death Hunt (Caccia Selvaggia) del 1981 con Charles Bronson e Challenge to Be Free del 1972, il docu-drama The Mad Trapper del 1972 e anche un vero e proprio documentario investigativo.

Ma torniamo al giorno d’oggi e all’Eagle Plains Hotel, che è proprio come ci si aspetta che sia un posto sperduto lungo la Dempster: pieno di gente accampata ovunque, con teste d’alce appese alle pareti e foto che illustrano le vicende del Lost Patrol e del Mad Trapper.





Direzione Inuvik

Il secondo giorno sulla Dempster è ricco di emozioni: si attraversa il Circolo Polare Artico al km 405, si attraversano i due fiumi col traghetto, si entra nei Territori del Nord-Ovest al km 465


e si visita Fort McPherson dove noi abbiamo mangiato i nostri panini nel community center - si poteva anche fare una deviazione per visitare la comunità di Tsiigehtchic, ma sul pulmino la maggioranza - di cui non facevo parte - aveva deciso di no. Noi abbiamo mancato di pochi giorni l’evento culturale dell’anno, il Midway Lake Festival, un momento di incontro dei Gwich'in con musica, balli, gare sportive, senza alcool e droghe - ed è un dettaglio importante perché alcool e droghe sono vere piaghe per le popolazioni indigene. Qui si rivedono anche gli alberi grazie alle condizioni climatiche favorevoli del delta del Mackenzie e in serata si arriva a Inuvik.



Per me è stata una giornata in gran parte sotto la pioggia, ma spettacolare. 


Inuvik, con i suoi 3.400 abitanti, è il maggiore centro abitato dei NWT a nord del Circolo Polare, nonché il suo cuore amministrativo. Ha una storia recente: la costruzione è infatti iniziata intorno al 1950, quando il governo canadese decise di evacuare l’allora centro principale, Aklavik, situato un centinaio di chilometri a ovest proprio nel delta del Mackenzie, in una zona soggetta a inondazioni, e trasferire la popolazione in una località più sicura e accessibile. Però la popolazione indigena di Aklavik fece resistenza al trasferimento (col motto “Never Say Die”) e, infatti, il paesino continua tutt’oggi a essere popolato dai suoi circa 550 abitanti.

Inuvik è una cittadina vivace; la gente, in larga prevalenza indigeni, appartiene ai tre grandi gruppi riconosciuti dalla Costituzione canadese: gli Inuit, popoli dell’Artico (qui Inuvialuit, cioè discendenti del popolo Thule), le First Nations (qui soprattutto Gwich'in) e Métis (discendenti di unioni tra popolazioni indigene ed europei, con una cultura propria), ed è molto cordiale. Gli edifici sono quasi tutti costruiti su palafitte per via del permafrost, e io ho avuto tempo per camminarmela in lungo e in largo nel corso di due belle giornate di sole e tepore, rovinate solo da una quantità mostruosa di moscerini. È indispensabile tenere la retina in testa e si è costantemente avvolti in una fastidiosissima e rumorosissima nube di moscerini. Oltre agli inverni gelidi, anche questi insetti estivi contribuiscono a farmelo considerare un posto in cui molto difficilmente potrei vivere.

Il senso di comunità mi è sembrato molto forte: ho visto una serra con piccoli orticelli dove ciascuno può coltivare qualcosa, c’è un’interessante chiesa cattolica a forma di igloo, un ricco ufficio informazioni, un padiglione per gli eventi e il Midnight Sun Complex con palestre per vari sport, piscine e vari luoghi di aggregazione, indispensabili nei lunghi, bui e ghiacciati inverni. Ci sono l’ospedale, la Community Hall, il centro per i giovani, qualche ristorante, alcuni negozi di souvenir e un grosso supermercato. E c’è l’aeroporto, che non di rado rappresenta l’unico collegamento con il resto del mondo; mentre aspettavo il volo di ritorno ho chiacchierato con un ragazzo che lavora al suo ampliamento: stanno costruendo una nuova pista più grande per aerei più grossi, anche nel quadro del rinnovato interesse del governo centrale per la sovranità artica. Inuvik è ai confini del mondo conosciuto e vive in condizioni che si possono definire estreme, eppure ha una centralità e un futuro strategici, oltre a essere un posto che mi ha dato l’impressione di essere vivo e attivo. 

Sulle rive dell’Oceano Artico: vita al limite

Mi è sembrata vitale e vivace anche Tuktoyaktuk, il centro abitato di circa 1.000 persone situato sulle rive dell’Oceano Artico, al termine della strada che lo collega a Inuvik, una strada che è un piccolo capolavoro di ingegneria, transitabile in tutte le stagioni e completata nel 2017 dopo quattro anni di lavori.

Tuk è un posto letteralmente alla fine del mondo, affacciato com’è sull’Oceano Artico, dove i cambiamenti climatici sono visibili in tempo reale e corrono sempre più veloci. Per esempio, le aringhe adesso arrivano un mese prima, a luglio invece che ad agosto; le rotte di navigazione che sono state seguite per decenni non sono più sicure, le oche hanno percorsi migratori diversi e il mare è più arrabbiato: dove prima c’era il ghiaccio a fermarlo, ora ci sono corridoi d’acqua. 
La popolazione dei caribou, su cui le popolazioni indigene hanno sempre fatto affidamento per il cibo, l’abbigliamento e gli utensili, invece, anche grazie a monitoraggi costanti, regolamentazioni e alle conoscenze indigene sulle loro abitudini e spostamenti, resta abbastanza stabile.


La prima cosa che fanno tutti appena arrivano a Tuk è andare a immergersi nell’Oceano, io che sono freddolosa ho giusto messo a bagno un piede, con circospezione. È una specie di rito, è la prova, il certificato di essere arrivati fino a là.


A Tuk ho lasciato il gruppo e sono rimasta per tre giorni da sola, in un bellissimo bed & breakfast, per cercare di farmi un’idea di come possa essere la vita in condizioni così dure e l’ho vista nel pieno delle attività estive, quando tutti gli abitanti sono impegnati per tutte le lunghe giornate d’estate dell’Artico a prepararsi per il lungo e impietoso inverno: rinforzare le case, accumulare cibo, sistemare attrezzi e veicoli. C’erano ruspe in funzione, gente sui tetti, un signore che raccoglieva legna spiaggiata per la smokehouse (l’affumicatoio), un altro che preparava un paletto per stendere le reti e altri ancora che raccoglievano mirtilli. Io sono andata in giro per il paese, ho chiacchierato con tutti quelli che incrociavo, sono andata al mercatino dell’usato, ho fatto la spesa nei due piccoli supermercati, ho visitato l’unico negozio di souvenir, sono andata a vedere Grandma’s Kitchen che è l’unico “ristorante” del paese, ma non ci ho mangiato, ho guardato i pingos, ho toccato l’Oceano, ho annusato l’aria, ho litigato coi moscerini, ho assistito ai festeggiamenti per un matrimonio, ho cercato di immaginare come può essere la vita là.







Tuk è famosa, oltre che per essere l’unico paese sulle rive dell’Oceano Artico canadese raggiungibile via strada, anche per i pingos, termine Inuit (precisamente in lingua inuvialuktun, una delle lingue ufficiali dei Territori del Nord-Ovest, attualmente considerata a rischio estinzione) che significa “collina conica”. Sono dei tumuli di terra di varie dimensioni col cuore di ghiaccio, si formano dove c’è il permafrost - per esempio dove c’erano laghi, quando un lago si prosciuga, l’acqua rimasta sotto il suolo ghiaccia e spinge verso l’alto il terreno; cambiano in funzione delle variazioni di temperatura, quindi si formano, crescono e collassano. La penisola di Tuktoyaktuk ha la più alta concentrazione di pingos al mondo e 8 sono protetti dal Pingo Canadian Landmark - che è una categoria di area protetta a sé, l’unica in Canada - gestito in collaborazione tra Parks Canada, gli Inuvialuit e la comunità di Tuk. Possono arrivare fino a 70 metri di altezza ma il più alto qui, Ibyuk, si ferma a 49 metri - il primato in altezza ce l’ha un pingo in Alaska. Nella tundra piatta e omogenea sono anche utilissimi punti di riferimento.

Naturalmente le poche strade di Tuk non sono asfaltate e diventano facilmente fangose o polverose; le case, costruite sul permafrost, sono su palafitte e portano i segni degli inverni affrontati.
Ovunque ci sono motoslitte che attendono la neve e un sacco di roba abbandonata dappertutto, non solo perché qui non è banale riciclare o eliminare i rifiuti, ma perché non sai mai cosa potrebbe tornare utile in un posto dove niente è accessibile, comodo o vicino. È un luogo in cui si impara a vivere con poco.
Anche la quotidianità è complicata qui: non ci sono tubature e quasi tutti i giorni passano i camion a portare l’acqua potabile (che proviene dal Kudlak Lake, una fonte d'acqua dolce superficiale situata nell'entroterra, e viene trattata, accumulata in grandi serbatoi comunali e poi distribuita) e a ritirare le acque reflue (che vengono poi raccolte in un grande bacino artificiale fuori dal paese che funge da laguna biologica e che viene svuotata ogni anno nell’Oceano).
L’elettricità non è collegata ad alcuna rete, ma è interamente prodotta in loco grazie a una centrale elettrica a gasolio, e il carburante necessario adesso arriva “comodamente” per strada; il governo territoriale sta studiando sistemi più ecologici, e a Inuvik ora c’è una grande turbina eolica. Considerando che un black out in inverno avrebbe conseguenze drammatiche, ci sono backup e protocolli di emergenza precisi e immediati. Abbastanza sorprendentemente, a Tuk ci sono anche due stazioni di ricarica Tesla regolarmente funzionanti, erano state lasciate in dono da una spedizione artica automobilistica.
Quanto alla connessione, Tuktoyaktuk è la comunità più a nord del Canada a disporre di un collegamento interamente interrato in fibra ottica di 137 km con Inuvik, anche se molti si affidano a Starlink; prima della fibra e prima di Starlink la connessione col resto del mondo era garantita dai ponti radio a microonde che abbiamo visto prima, che restano attivi come sistema di backup.

La comunità è il centro di tutto: al mercatino dell’usato chiunque può prendere ciò di cui ha bisogno, e la solidarietà è una cosa vera. 
Sono tutti molto accoglienti e gentili, rispondono volentieri a qualunque domanda, ma è un posto completamente senza fronzoli; a parte il community centre - poco frequentato quando ci sono stata io perché avevano tutti da fare - non ci sono luoghi di ritrovo: non un bar, un cinema o una pasticceria invitante, nulla di ciò a cui siamo abituati nel nostro quotidiano. 
Ho notato un forte senso di identità indigena, ma anche un grande sentimento di appartenenza canadese. Credo che questo sia uno dei temi cruciali, ricordando quanto la storia dell’incontro tra queste due culture sia stata oscura, problematica e spesso dolorosa; oggi mi ha dato speranza vedere queste due anime vivere l’una accanto all’altra, non solo nelle istituzioni, nei trattati o nella riconciliazione, ma proprio nelle persone.



Quando c’è il sole, la splendida luce del nord è tersa e luminosa, mette a fuoco ogni dettaglio e, nonostante le gru, le moto, gli ATV e i rumori di un paesino attivo, c’è comunque un silenzio inusuale, totale, perfetto.

È anche pieno di bambini e di giovani, anche se un po’ mi chiedo che futuro possano avere qui. Domanda non proprio peregrina, perché Tuk potrebbe trovarsi tra non molto in una situazione simile a quella di Aklavik: potrebbe infatti essere sommersa dalle acque e dovrebbe quindi essere abbandonata, secondo le previsioni già intorno al 2050, per una convergenza senza precedenti di minacce climatiche: lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente innalzamento del livello del mare, insieme alla possibilità di onde sempre più alte che potrebbero abbattersi sull’abitato che non ha protezioni naturali ed è completamente esposto alla furia dell’Oceano. È stata costruita una specie di armatura di rocce per difendere il paese dalla furia del mare, ma potrebbe non bastare; la costa stessa si sta ritraendo a causa dell’erosione. Inoltre, i quattro metri di permafrost sotto l’abitato si stanno sciogliendo a causa dell’aumento delle temperature, il che potrebbe comportare anche il rilascio del mercurio intrappolato nel suolo.

Però, in controtendenza rispetto a queste fosche previsioni, proprio il giorno dopo la mia partenza è stato inaugurato il primo hotel di Tuk: una prova di interesse, vivacità e apertura verso l’esterno.

Dopo questi giorni così particolari sono rientrata a Inuvik e da lì, con una lunga serie di voli, sono tornata a casa.


Non so se questo viaggio mi abbia cambiata, io tendo a rifuggire l’enfasi, ma di certo ha allargato la mia visuale sul mondo: la wilderness della Dempster e la dura vita nell’Artico sono cose radicalmente diverse da tutto ciò a cui sono abituata e apprezzarle, o anche solo trovarle interessanti, richiede uno sforzo, un salto consapevole; non è facile, inevitabile persino, come apprezzare un paesaggio tropicale, per esempio, dove la natura è ricca e generosa. Io resto sempre colpita dalla forza, perfino la cocciutaggine, di chi vive in posti dove invece la natura è matrigna e fa pagare a caro prezzo i propri avari doni. Però penso anche che gli Inuit probabilmente non sopravviverebbero ai tropici, come secondo alcune ipotesi accadde ai Paleoeskimo (oggi si preferisce parlare di Paleo-Inuit), scomparsi quando il clima iniziò a scaldarsi, come avevo letto su un cartello a Port au Choix, Terranova.


Ed è questa infinità varietà di vite, questa capacità di adattarsi all’ambiente, questo istinto originario di sopravvivenza che non manca mai di affascinarmi.
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Note:
- Diario di viaggio ufficiale della Dempster: https://yukon.ca/sites/default/files/env/env-dempster-highway-travelogue.pdf
- Chiusura del Peel River ferry a luglio 2026: https://yukon-news.com/2026/07/06/peel-river-ferry-closure-slows-travel-north-on-the-dempster-highway/
- Chiusura della ferrovia a Churchill: https://www.cbc.ca/news/canada/manitoba/churchill-rail-service-returns-november-1.4887333/
- Posti inaccessibili per strada: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_mainland_settlements_that_are_inaccessible_by_road
- Lost Patrol: https://spectacularnwt.com/story/rediscovering-the-lost-patrol/
- Mad Trapper: https://it.wikipedia.org/wiki/Albert_Johnson_(criminale)
- Tuk Caribou: https://www.canada.ca/en/polar-knowledge/publications/aqhaliat/volume-4/caribou.html
- Tuk criticità: https://canadiangeographic.ca/articles/race-against-time-tuktoyaktuks-fight-for-survival/
- Tuk Pingo: https://parks.canada.ca/lhn-nhs/nt/pingo
- Tuk connessione: https://www.nwtel.ca/northwestel-connects-new-fibre-line-bringing-faster-internet-speeds-tuktoyaktuk
- Tuk: smaltimento https://inuvwb.s3.amazonaws.com/media/licence_files/0714_sewage_treatment_facility_o_and_m_manual_october_1_2005_8-25-2013_427.pdf

Fino alla fine del mondo lungo la leggendaria Dempster Highway

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