domenica 14 agosto 2016

Studio di fattibilità

Di recente sono andata a vedere case. 
Non so se ho un progetto, un sogno o un’illusione, o solo tempo da impiegare, ma intanto sono andata.
Un pullman, un aereo, 350 Km in auto, una sosta per la notte a metà strada (e lo stesso al ritorno, ma senza la sosta e con un inatteso passaggio al posto del pullman) per vedere 11 case in due giorni.
Intenso.
Da tutti i punti di vista. Perché vedere case non è solo vedere case. Qui non sono gli agenti immobiliari ad accompagnarti, ma sono i padroni che ti accolgono così vedere case diventa entrare nella vita delle persone, ascoltarne le storie, vederne le tracce negli oggetti, nelle presenze e nelle assenze. Accanto alla storia di chi cerca una casa per innamorarsene e viverci un pezzo di vita, c’è quella di chi quella stessa casa la vuole lasciare, per seguire il suo sogno o per allontanarsi da ricordi pesanti o mille altre ragioni.
Storie. Vedere case è come leggere un libro o vedere un film.
Le mie 11 case sono state tutte particolari, interessanti, e tutte mi hanno raccontato una storia. Io a mia volta ho raccontato la mia e ad ogni racconto, di fronte a una bella vista e con una tazza di tè in mano,  l’ho capita un po’ meglio.
Prima delle storie, prima dell’immaginarsi lì, prima di vedere se la casa ha tutto quello che spero abbia, c’è l’aspetto grottesco: io ho paura dei cani e quindi l’ingresso in ognuna di queste 11 case ha avuto momenti di preoccupazione, imbarazzo, titubanza e infine sollievo. Ero abbastanza ridicola mentre, restia ad abbandonare la sicurezza dell’auto e attenta agli indizi - ciotole ad esempio – cercavo di attirare l’attenzione del proprietario e ottenerne rassicurazione. Nessuna muta di dobermann ad attendermi sul vialetto d’ingresso, comunque.
La prima casa che vedo è bella perché è la prima. Sono davvero qui, a vedere una casa, che forse, magari, un giorno potrebbe diventare mia. E non è solo la casa, è il desiderio di una vita diversa, molto diversa, in una fase della vita in cui molti rinunciano al cambiamento, tirano i remi in barca e consolidano ciò che hanno. Io invece immagino nuove rotte e nuove navigazioni.

Il progetto (o sogno, o illusione) è ampio e vago, la casa invece deve avere alcuni punti fermi: essere indipendente, avere la vista sul mare, il giardino e la porta sul retro. Queste sono le caratteristiche irrinunciabili, tutto il resto è negoziabile.
Ma torniamo alle storie.
Una è una storia di abbandoni. Questa casa affaccia su una lunga spiaggia bellissima, di sabbia dorata; la presidia dall’alto, ne vede le maree e i cambi di luce, ascolta il rumore delle onde e delle tempeste, da una posizione sicura, apparentemente, ma cosa ne saprò mai io, cittadina così poco abituata ai ritmi e alle forze della natura?

E’ una casa dei primi anni del secolo scorso. E’ stata abitata e immagino la fatica e le difficoltà di quando questo era un posto davvero remoto (lo è anche oggi), freddo, inospitale, battuto dal vento. Ma immagino anche le risate dei bimbi che corrono sulla spiaggia e giocano con le onde. Poi questi bimbi sono cresciuti e sono andati a cercare la loro strada altrove, i vecchi se ne sono andati anche loro, la casa ha subito qualcosa, un incendio o chissachè, per un po’ è stata seguita, è stata data in affitto a turisti incantati dalla vista ma è stata a poco a poco abbandonata. 
I segni dell'incuria sono ovunque, negli infissi cadenti, nelle crepe nei muri, nel linoleum che si alza per l’umidità. 
Ora spera che qualcuno si innamori di lei, ne curi le numerose ferite e le dia una nuova vita. Chi mi accompagna - non il proprietario lontano, ma chi se ne prende cura, per quanto possibile - ha fatto la scelta opposta, dopo aver studiato veterinaria in città è tornata qui, dove ha radici e storia e la voglia di continuare a farle crescere ed è davvero amareggiata a vedere questa rovina.



Contempliamo questa bellezza, ci rattristiamo per quanto è perduto e, immaginando nuovi scenari, io riprendo la stradina per la prossima visita.
Questa casa ha invece una storia che non mi convince, forse non è del tutto vera o forse non si adatta bene alle mie aspettative, forse non è tutta la storia, ma insomma non mi torna. E’ in un posto molto remoto, ci si arriva dopo diversi chilometri di nulla, sulla via che porta a un faro, per intenderci, affacciata sul mare ma protetta dal fianco della collina. La abita una giovane coppia, vivaci, esuberanti, affiatati. E’ molto bella e accogliente, curata, parla di amore e condivisione. 
Ma non è finita; le stanze al piano di sopra sono vuote, il bagno in costruzione. Eppure i padroni di casa mi dicono che la vogliono vendere per affrontare una nuova sfida, per cominciare un nuovo progetto, per avere nuovi stimoli. Ma come, questa neppure è finita! Perché abbandonarla così? Perché cancellare tanta cura e tanta attenzione? Perché  tanto entusiasmo ma anche tanta voglia di andarsene? Queste domande sono rimaste senza risposta, non sarebbe stato educato chiedere di più. Come un libro col finale aperto, e tutte le ipotesi possibili.

Un’altra ancora mi ha fatto tanta tenerezza, e anche malinconia.

E’ la casa di due persone anziane. Una casa molto amata, molto curata, che parla di una vita insieme, di figli e nipoti, di giardinaggio e crostate e Natale come occasione per ritrovarsi tutti. Una casa che di sicuro ha molto da raccontare e molte cose belle. Ma adesso non possono più continuare a vivere lì. Sono lontani da tutti, dalla famiglia, dall’ospedale, e entrambi hanno già dovuto essere ricoverati, di recente. Devono avvicinarsi, devono essere protetti, e per fare questo devono lasciare la casa di una vita e tutti i suoi ricordi.

(to be continued)

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