St Kilda, o dell'isolamento (Scozia)

Santa Kilda tu non esisti. Il tuo nome è solo un sussurro del popolo degli uccelli che vive su un paio di alte rocce all’estremità del regno, al largo delle Ebridi esterne. Si può osare la traversata fin lì solo quando il vento soffia da nord-est” 



Questa mattina ho ripensato a quando sono stata a St. Kilda.
Come molti luoghi remoti, come molte isole lontane e poco accessibili, ha una dimensione reale, una storia, dei fatti, e poi anche una straordinaria valenza simbolica, metaforica, che accende l'immaginazione.

Nella sua dimensione reale l'arcipelago di St. Kilda non è un luogo particolarmente segreto, anzi tra i luoghi remoti è piuttosto famoso, doppio patrimonio Unesco, culturale e naturalistico, (Unesco sites) sparpagliato nell'Atlantico a 40 miglia a est dalla costa delle Ebridi Esterne (Scozia), con l'isola principale, Hirta, evacuata dal 1930. Il nome "Hirta" potrebbe rimandare a un termine celtico per indicare pericoloso, mortale, e pensando alla storia dell’isola non pare inadatto. Le altre isole dell’arcipelago che hanno un nome sono Dun (che in gaelico vuol dire fortezza o castello), Soay e Boreray (e gli isolotti Stac an Armin, Stac Lee e Levenish) e sono tutte cime di un’unico vulcano sottomarino, esposte nel corso dei millenni a glaciazioni e intemperie, e modellate dalle tempeste e dall'oceano nelle attuali ripidissime e spettacolari coste.


Pare che Hirta, con una superficie di poco più di 6 kmq2, sia stata abitata continuativamente sin dall'età del bronzo (*); nell’Ottocento ci vivevano una settantina di persone, dopo che un’epidemia di colera e vaiolo ne aveva ridotto il già esiguo numero, che si cibavano prevalentemente di uccelli, usati per tutto, compreso il baratto; l'agricoltura era praticamente impossibile, a parte qualche patata; un esploratore del Settecento, Martin Martin, aveva descritto gli abitanti come molto felici in quanto liberi, e credo che in loro avesse trovato il suo "buon selvaggio".
Gli isolani pagavano in natura un affitto ai proprietari (i MacLeod di Dunvegan su Skye), avevano tutto in comune, tranne le pecore (e immagino i coniugi) e si suddividevano tutti i lavori da svolgere. Era una comunità primitiva, molto coesa e con una struttura sociale molto semplice.
Alla fine dell’Ottocento iniziò però l’inarrestabile declino che culminò con l’evacuazione, principalmente per due ragioni: l’arrivo dei primi visitatori che rese necessaria una modernizzazione (ad esempio l’apertura di un post office) insostenibile per l’isola, e un’opera di evangelizzazione così massiccia, e di successo, da distogliere i già pochi abitanti dalla enorme mole di lavoro necessario per poter sopravvivere in un ambiente così ostile e soggetto alle variabilità e agli eccessi del clima. All’inizio del Novecento le cose si misero a peggiorare rapidamente: la popolazione cominciò a patire la fame e l’isola fu anche bombardata durante la Prima Guerra Mondiale nel tentativo di distruggere un ripetitore; dopo la guerra sull’isola erano rimasti solo anziani e bambini in condizioni ormai disperate, finché venne decisa e praticamente imposta l’evacuazione agli ultimi 36 abitanti, il 29 agosto 1930.
Gli isolani più anziani non riuscirono mai ad adattarsi alla vita sulla terraferma, così sideralmente diversa dalla loro, che non usavano moneta, non avevano acqua corrente e non avevano neanche mai visto un albero.
Un accadimento probabilmente inevitabile e necessario, ma straziante. 
Quando me li immagino, coi vestiti nuovi che gli aveva procurato per l'occasione la moglie del pastore, salire sulla barca che li avrebbe portati per sempre via dal loro mondo, mi commuovo, e penso a quante altre volte è successo, e continua a succedere, ad altri popoli, ad altre comunità, ad altre persone.
Nel 1956 St. Kilda è stata lasciata in eredità al National Trust scozzese dal 5° Marchese di Bute, un ornitologo.
Nel 1957 è stata costruita la base militare per il tracciamento radar dei missili che c’è ancora oggi, ed è abitata tutto l’anno. Durante i mesi estivi sull'isola, che adesso è una specie di laboratorio scientifico a cielo aperto, vivono anche i volontari del National Trust per restaurare gli edifici e conservare e studiare la flora e la fauna.
Per 50 anni sull'isola c'è stato un pub, The Puff Inn, con un grande murale di un puffin su una parete, che offriva stuzzichini, musica dal vivo, calda ospitalità, vita sociale e bevande molto economiche, non poteva infatti fare profitti e quindi le vendeva al costo, e che in tempi recenti era frequentato solo dal personale della base militare e del National Trust, essendo stato chiuso ai turisti nel 2005, ed è stato poi chiuso definitivamente nel 2019 per far posto ad un altro edificio legato alla base militare. Sulle pareti, raccontano, c'erano note dei generi più svariati, compreso il tempo impiegato a scalare la scarpata di fronte alla Village Bay, nudi e portando un'asse da stiro sulla schiena.

L’isolamento ha fatto sì che l'ecosistema sia rimasto intatto per migliaia di anni, le isole sono quindi dimora di alcune varietà di piante e licheni molto rare e di animali unici: lo scricciolo di St. Kilda, un grosso topo di campagna dalla lunga coda, e le pecore Soay, dalla lana di colore scuro, che sono cambiate molto poco rispetto a quelle dell’età della pietra, e che sono oggetto di un progetto di studio delle Università di Edimburgo e dell'Imperial College di Londra, il St Kilda Soay Sheep Project e qui si possono vedere foto e seguire gli aggiornamenti 


Le altissime e meravigliose scogliere a picco sul mare sono dimora di grandi colonie di puffin/pulcinelle di mare, gannet/sule (qui c’è la colonia più grande del mondo con circa il 40% di tutte le sule esistenti) e fulmar/procellarie e queste colonie di uccelli hanno tratto enorme vantaggio dall'evacuazione delle persone, attualmente con 330.000 coppie che si riproducono di 17 specie diverse si tratta di una delle più ampie concentrazioni di uccelli del Nord Atlantico.
Nel villaggio, affacciato sulla riparata Village Bay, sul lato a sud-est dell'isola, ci sono la strada principale, la chiesa, le abitazioni e la scuola e tutto intorno decine di piccoli magazzini di pietra col tetto di erba detti cleit, c’è anche un piccolo cimitero.















Il terreno è brullo e sconnesso e c’è un'unica strada che, come una cicatrice nel paesaggio, collega la base militare alla baia, e non è facile raggiungere le coste marcate da profonde insenature, con canaloni, picchi improvvisi, rocce, scarpate e strapiombi; ci sono anche i relitti di due aerei schiantatisi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Soay e Boreray non sono mai state abitate e sono caratterizzate da ripidissimi faraglioni (quelli di Boreray sono i più alti della Gran Bretagna) sui quali gli isolani si arrampicavano con grande abilità, e sprezzo del pericolo, per andare a caccia dei numerosissimi nidi di uccelli. Ora ci vivono le pecore allo stato brado.
Nelle acque dell'arcipelago ci sono foche grigie, balenottere, orche, focene, delfini e squaletti.




Ancora oggi St. Kilda è un luogo non banale da raggiungere, la Natura, la geografia e il meteo hanno ancora la meglio sui mezzi di trasporto, e capita che resti isolata anche per settimane di fila; ogni anno riceve circa 1500-2000 visitatori.
Se il mare lo permette, ci vogliono 3/4 ore su un barchino in mezzo all'oceano, e per chi soffre il mal di mare non è una passeggiata. Le escursioni, da Aprile a Settembre, partono da Leverburgh su Harris con Kilda Cruises e con Sea Harris, da Barra con Hebridean Sea Tours oppure anche da Skye con Go to St. Kilda. Ci sono poi opportunità di volontariato col National Trust e occasionalmente tour fotografici e crociere di più giorni in barca a vela. Si sbarca con un gommone, e anche questo non è sempre scontato, che pure l'approdo non è semplice col fondo marino pieno di rocce, e si resta a terra 4/5 ore, sull’isola non c'è copertura telefonica o di rete, e non ci sono servizi per turisti se non un minuscolo bar per un caffè caldo e il bagno. E’ essenziale prenotare con grande anticipo e avere un po’ di tempo a disposizione, in caso le condizioni meteo siano avverse e l’escursione sia rimandata.

La dimensione simbolica di St. Kilda è ricchissima e affascinante al pari dei suoi meravigliosi e incontaminati paesaggi, con questa storia di isolamento fisico che è stato anche storico, sociale, culturale. Un isolamento che ha caratterizzato lo sviluppo della vita sull'isola fino al punto in cui è diventato anacronistico e insostenibile e ne ha quindi provocato la fine. Ma che ne ha poi permesso la rinascita come laboratorio di studi, come luogo di conservazione e anche come occasione per fare oggi un'esperienza unica, quella di visitare, seppur brevemente, un luogo rimasto immobile nel tempo, non modificato se non in minima parte, dall'uomo, e di ripercorrerne una storia che, se non cadiamo nei tranelli della visione irrealistica e idealizzata del buon selvaggio, ha visto sofferenza, fatica, privazioni, ma anche una comunità necessariamente molto unita, tenuta insieme dall'immensa e caparbia volontà di resistere.

Qui la natura è splendida ma impervia e inospitale, è matrigna, non regala niente. Ci sono istanti di sublime assoluta bellezza, di inimmaginabile silenzio, di forza che urla tanto è potente, ma c'è sempre un prezzo da pagare, qualcosa da dare in cambio, e bisogna fare uno sforzo per conquistare questi attimi.

Ripensando al mio viaggio, e anche a quanto ho sofferto il mal di mare e sono arrivata un po' provata, mi rendo conto che andare a St Kilda non è tanto una gita quanto un vero e proprio viaggio nella storia e nel tempo, è un'esperienza di distanza, di isolamento, di solitudine, di profondissima diversità, di fatica, fragilità e di quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte alla maestosità della Natura, ma restituisce quella soddisfazione profonda e piena di quando in qualche modo, stringendo i denti, comunque ce la fai.


Fonti:
Judith Schalansky, Atlante delle isole remote, Bompiani
Hamish Haswell-Smith, Le isole Scozzesi, La Locomotiva
Segnalo anche: 
Life On St Kilda Island, 1910, Film
 



Dreaming the Skye bridge (Scozia)

Dreaming the Skye bridge

One day I woke up from a dream where I was on the Skye bridge.
I understood Scotland was calling me.The last time I had been in Scotland, about 20 years before the dream, there was no bridge but a ferry from Kyle of Lochalsh to Kyleakin.

I thought it could be a good idea to go see the bridge, and see the isle of Skye again.I decided it had to be a solo trip: on my own, wandering through lochs and glens, to make my dream come true.That’s why I arrived in Prestwick at the beginning of May, took my rental car and started my adventure, on the other side of the road.

For the first couple of hours I drove like safety cars do in GPs: never exceeding 40 miles per hour, and every time I looked in the rear mirror there was a moderate and patient row of cars behind me. 
In my defence I say that I used to pull over and let them pass.
My first stop was in Arrochar, and I must say it took some time to get there. 
Of course I got lost around Glasgow, but I found myself not far from the Erskine Bridge, which I later understood is the better way to reach Loch Lomond. 
There I met Scottish kindness at its best: I pulled over to ask for directions, and the man I asked told me: “Wait just 5 minutes, I need to finish what I’m doing here and then I’ll lead you to the right road”, and then he did so, he led me to take the right road and left me with a most accurate hand-drawn map to my destination.

Loch Lomond is wonderful, large, surrounded by hills and mountains and with hundreds of lovely paths to walk, but I could only look at them with longing eyes: I must in fact introduce here my travelling companion, the rain, and I’m sorry but I don’t like it that much walking and getting soaked.

Arrochar is a small nice village between Loch Lomond and Loch Long, which is famous because during WWII it was home to a submarine and torpedoes testing station. Now the station is dismissed. The site was chosen because the Loch flows into the sea at Greenock, and also because it was very unlikely the enemy could spot the facilities, because of the usual heavy layer of clouds… The very kind owner of the B&B where I stayed told me about this, as well as about the recent plan to build a luxury hotel on the other side of the lake.
This was another encounter with Scottish kindness and the love for sharing stories about their place and their life, and making you feel at home.



On the second day my plan was to reach the Isle of Skye, and make the dream come true, by crossing the bridge.
I drove via Inveraray, passed  the “Rest and be Thankful” site, and then headed to Fort William on the A828, the road of the Sea-Lochs.From the “Rest and be Thankful” there’s a great view over the glens


Later on during the day I found more travelling companions, besides the rain (and my map, and the guide): a couple of very young hithhickers from France. At first I was to leave them close to Oban but they ended up coming with me up on Skye.

The road was peaceful and lovely, winding through woods and close to lochs.

I must say something about Fort William: it's the only place in Scotland I don't like that much. There must be one, I think.
I’ve been there twice in 4 days and it never stopped raining for a minute. It was very windy, too. The mountains around are gorgeous and beautiful, Loch Linnhe is a big beauful loch, but the town...
No, wait, I like the happy resting hiker statue:





After Fort William it’s another pretty stretch of road to the Skye Bridge. The landscape is more rugged, woods and trees are sparse, and the mountains then were still snow-capped.
At Spean Bridge we went to see the Commando Memorial, fighting wind, rain and tourist buses.
A little before the Skye Bridge there's the famous castle, you probably heard of it, Eilean Donan, the Highlander castle.



After crossing the bridge everything changed.

Somebody says that because of the bridge Skye is no longer an island, but the feeling I got from my 2 days on Skye is that Skye is remote, distant, different.  
I cannot say that the West Coast of Scotland is crowded, especially from the point of view of somebody living in a really crowded big city like me, but only when on Skye I really felt emptyness and solitude. And enormous beauty
Skye really is beautiful, inspiring, magical, moving; even though temperature was 8°, the wind was strong and it rained, too
.


On my full day on Skye I went to see the Old Man of Storr (well, “see” isn’t fully right: better say that I reached a place where there was a big dark shape looking like a standing stone, whose summit was deeply covered in fog and clouds. Which I took to be the Old Man of Storr












Then I went to see the Diatomite beach and the Kilt Rock waterfall


By that time I had already experienced driving on single track roads, which is exciting and exhilarating,  and I had already had the proof that highlanders do wear kilts:















Then I drove the single track up to Uig along cliffs, meadows, rocks, the sea, streams, fences, barren hills, sharp bends, and even an en-plein-air toilet.
In Uig I went to see the ferry to the Outer Hebrides, with Harris a powerful shape  just in front of me, and I promised myself I'd go there, too.
Then I drove along a deserted and sunny road to Dunvegan castle: maybe because I finally saw the blue sky, maybe because of the sun, but it really looked wonderful to me, with amazing gardens full of flowers


And suddenly it was time to go back to Glasgow, via Glencoe. 
This is another truly magnificent area


 



Some things I learned from this short trip: Scotland needs time, to allow the weather to change. And time to enjoy its many wonders. Then I learned I wanted to come back, and walk those beautiful walks on loch shores. And get lost in glens and lochs, and streams and hills.

And I learned that travelling alone can be wonderful: you are seldom alone, because you are open to the world. But being alone in such a remote area as the Isle of Skye gives you the chance to get to know yourself better, to rediscover, and redefine yourself.

And I think that there must be a meaning in that dream about the Skye bridge. A bridge is a symbol, a link from somewhere to some other place, a connection between people, a way to move distances closer.
A short rainy trip, mine was, but a very inspiring one.


A caccia dell'aurora boreale (Finlandia)

COME VEDERE L'AURORA BOREALE - Da appassionata del nord del mondo ho sempre desiderato vedere le northern lights ma d’estate è piuttosto improbabile, e infatti non le avevo viste mai. 

Poi, documentandomi, ho scoperto che le tempeste solari che causano questo fenomeno così affascinante hanno una ciclicità di 11 anni e che gli anni tra il 2012 e ail 2014 erano il picco di questo ciclo (e a questo picco in particolare sono anche legate alcune teorie catastrofiste), il prossimo sarà nel 2023-2024.

Quindi nel Marzo 2013 ho deciso di andare in Lapponia, finlandese, e tentare la caccia all’aurora boreale. 

E’ stato un lungo fine settimana emozionante, diverso e bellissimo. La meta è stata Inari, sull’omonimo, immenso lago, a circa un’ora d’auto dall’aeroporto di Ivalo, uno dei più a nord d’Europa, che assomiglia a un rifugio di montagna, con le pareti in legno, le teste d’alce appese e le volpi impagliate.

Appena scesi dall’aereo la sensazione di essere arrivati in capo al mondo è nettissima, e lo diventerà ancora di più sul lago: è freddissimo, un freddo secco, pungente, che rivitalizza ogni singola cellula del corpo. 
L’aria è leggera e viene da berla più che da respirarla. C’è neve, tantissima neve, ovunque solo neve e pini, e renne, le strade sono ghiacciate e le auto usano pneumatici chiodati. 


Il lago, oltre 1000 Km2, con circa 3000 isole, è interamente ghiacciato e nonostante in albergo ci dicano che lo strato di ghiaccio è spessissimo, io sono un po’ titubante all’inizio ad avventurarmi con le ciaspole, soprattutto il primo giorno, che tira un vento artico che sposta. 




In albergo prendono la caccia all’aurora boreale molto seriamente e ci dicono che non siamo lì per dormire ma per andare in giro a cercarla. Il primo giorno tuttavia non siamo stati fortunati: nonostante la previsione di attività solare fosse un kp6 (altissima), c’era un tale strato di nubi che avrebbe bloccato il passaggio di qualunque luce. 

Quella sera siamo andati un po’ in giro intorno al lago, immersi in un silenzio assoluto, con gli occhi ben presto abituati al buio, immaginando che dietro le nubi danzassero colori che non esistono nell’arcobaleno. La notte ci svegliavamo ogni due ore, per guardare fuori dalla finestra e vedere se per caso fosse sbucata la luna. Nulla da fare.

Il giorno dopo invece splende il sole e riscalda le nostre speranze. 


Per ingannare il tempo fino a sera facciamo una corsa sulla slitta trainata dagli husky, ed è veloce, entusiasmante e divertente. Ci si sente liberi, in questi spazi vuoti e immensi, correndo veloci insieme ai cani.






Durante il pranzo, frugale, dentro una capanna lappone scaldandoci davanti al fuoco chiacchieriamo con la proprietaria del parco dove sono organizzate le gite, che ci racconta di essere scappata con i suoi husky, che temono il caldo, dalla confusione del sud della Finlandia e che mai lascerebbe la sua Lapponia, nonostante per noi sia così estrema.




Finalmente arriva la sera, e il cielo è limpido. 
La previsione di aurora è kp4, non alta ma comunque indice di una certa attività. E infatti, terminata da poco la cena leggera (la Lapponia non è terra di gourmet) arriva il grido: “northern lights” e tutti ci precipitiamo fuori, dopo aver indossato tutti gli indumenti caldi che abbiamo. 


I professionisti hanno macchine fotografiche molto serie e i cavalletti: per immortalare l’aurora serve esposizione lunghissima. Io non scatto foto ma ricordo col cuore. 

Mi sono emozionata: era tanto che volevo vedere l’aurora boreale e finalmente, eccola! Non la più potente, né la più colorata della storia, ma pur sempre una splendida danza di luci nel cielo. Questa è l’aurora boreale in Lapponia: luci danzanti alte nel cielo.Si accendono, si muovono, cambiano forma e posizione, si allungano, si accorciano e si spengono, per riaccendersi in un altro punto del cielo e ricominciare la danza. La nostra è durata un paio d’ore, e ci ha tenuto col naso - freddo - per aria sul lago, lontano da ogni luce artificiale e da ogni rumore, a seguire il ballo delle luci. E’ stato uno spettacolo emozionante, sorprendente, bellissimo.
Non era ancora finita che già la volevo rivedere.

Quest'anno, sempre a Marzo, l'ho vista in Scozia ed è molto diversa, non l'ho neanche riconosciuta subito, perché mi aspettavo la danza di luci alta nel cielo, come in Lapponia. 
In Scozia invece, per via della latitudine, le luci si accendono come una fascia all'orizzonte e "sparano" delle fiammate di colore. Si intravedevano - con una necessaria e discreta dose di immaginazione, nonostante la totale assenza di inquinamento luminoso, il cielo infatti era pieno di stelle e l'aurora era debole - i verdi e i rossi che cercavano di bucare la nebbiolina bassa gentilmente offerta dal mare che come a farsi perdonare, però, restituiva il riflesso aumentando la luminosità. 
La panchina fuori dal nostro cottage, la serata fredda ma non gelida, la totale assenza di vento e come unico suono il mare, placido nella fase calante di marea, lo rendono un ricordo struggente. Uno di quelli da "attimo fermati, sei bello".

Red Point, o la strada per andarci (Scozia)

Red Point è un punto rosso: due spiagge di sabbia rossa su una punta. 

Red Point per lungo tempo è stato molto elusivo con me, per ben 3 volte, in stagioni diverse, ho percorso le 9 miglia di B8056 che portano alla fine della strada, al parcheggio e all’inizio di due sentieri, uno che porta alle spiagge, scavalcando le dune, e uno che con 7 miglia di cammino porta a Lower Diabaig (un pensiero di sfuggita: per chi ama camminare e ha  buone gambe, la Scozia è il paradiso) e tutte e 3 le volte la pioggia battente mi ha fatto desistere dall’andare a vedere da vicino la sabbia rossa. 
Non per la nulla Scozia è il paese dei ritorni, una volta non basta quasi mai, e anche tre possono non esser sufficienti.

Il fattore-isolamento di queste spiagge è più che discreto: 9 miglia di single track, in una zona decisamente poco battuta delle Highlands occidentali aiutano ad allontanarsi da tutto,
e il fattore-meraviglia anche è molto alto, tra il colore rossastro della sabbia, gli spazi apparentemente sconfinati, e il fatto che spesso ci sono giusto due o tre persone, se ci sono. 
Con un po’ di fortuna si possono vedere sule e lontre e con molta le focene (dei piccoli cetacei, simili ai delfini). 
Dalla spiaggia sud con la bassa marea si può raggiungere a piedi l’isoletta di Eilean Tioram e ci sono viste spettacolari sulla penisola di Applecross, su Raasay e sulle montagne del Torridon; in fondo alla spiaggia c’è un sentierino poco visibile e pantanoso di 2/3 chilometri che resta sempre in costa e segue il profilo del promontorio - e proprio sulla punta la vista spazia fino a Skye ed anche a Lewis e Harris - seguendo il quale si arriva alla spiaggia nord protetta da grandi dune sabbiose e attraverso un’apertura tra le dune si può tornare con un altro sentierino al parcheggio.

Ci sono voluti anni perché riuscissi a vedere dall'alto delle imponenti dune la spiaggia grande, ma confido in un nuovo ritorno, e spero che il tempo mi sarà clemente.

Mi posso consolare però con la single track che ci arriva, che è molto bella, all’inizio un po’ trafficata, si incontrano auto e furgoni, ma via via che si procede il diritto di passaggio va negoziato solo con le pecore. E può non essere banale, una volta mi sono trovata circondata e non ne volevano sapere di spostarsi. In questi casi si può solo aspettare.

Oppure si possono incontrare le mucche delle highlands













Il primo paesino che si incontra, dopo lo Shieldaig Lodge Hotel, in cui non mi dispiacerebbe fermarmi una volta, ha un’aria molto romantica, è la deliziosa Badachro, una manciata di cottage bianchi molto curati di fronte a una piccola insenatura riparata, piena di barche, c’è anche il circolo nautico che organizza gite in yacht.

















Qui c’è l’ottimo Badachro Inn accanto al molo, dove si mangia molto bene nella veranda con la vista sulla baia. Poco prima c’è un delizioso negozietto di oggetti e souvenir che abbiamo ripetutamente visitato. 

Per chi cerca sistemazioni isolate ce ne sono alcune su una microscopica isoletta privata, Dry Island, accessibile con una passerella sull’acqua.

Dopo Badachro si costeggia il Loch Bad na-Achlaise, piccolino, desolato, e con gli alberi a mollo. 

Alla fine del Loch comincia Port Henderson, un’altra manciata di fattorie, su una baia più esposta.
Si prosegue tra curve e moderati saliscedi in mezzo al nulla fino a Opinan, che si faticherebbe a individuare se non ci fosse il cartello, anche perché si è facilmente distratti dalla bellezza della costa, e qui c’è un’altra spiaggia che sarebbe il caso di vedere. Si continua ancora tra pascoli e rare fattorie, con scorci di mare e cassette delle lettere. 

Su questa strada ce ne sono parecchie e sono molto rassicuranti, riconfermano il legame col resto del mondo, da qualche parte. E sono perfettamente funzionanti: ho spedito una cartolina da questa ed è arrivata, anche se dopo qualche mese.
Poco dopo si attraversa South Erradale che è, se possibile, ancora più piccolo e sparpagliato, giusto qualche casa vacanza, qualche fattoria, campi e tantissime pecore. E’ curioso che North Erradale si trovi a 16 miglia di distanza, dall’altra parte della grande baia di Gairloch, a nord, comunque, come è giusto.

L’ultimo tratto prima di arrivare alla fine della strada e alle spiagge rosse è bellissimo, su un modesto altipiano, brullo e spoglio, con viste spettacolari sul mare e dove si prova quel senso che prende spesso in Scozia di essere fuori dal tempo, fuori dal mondo, in un'altra dimensione.

Questa è la spiaggia di Red Point quando sono riuscita a vederla








  LA MAGIA DI HAIDA GWAII Le isole di Haida Gwaii da noi sono comprensibilmente poco conosciute, si tratta infatti di un arcipelago remoto a...